Alcuni lo vedono come l’inizio della fase pre-industriale della tecnologia fotovoltaica organica. Si tratta della produzione lanciata a Roma, nel Laboratorio di ricerca e sviluppo tecnologico del Polo solare organico della Regione Lazio. Qui, nel Tecnopolo Tiburtino, entro la fine del 2010 verranno realizzate celle solari su vetro per 10mila metri quadrati. La novità ? Una tecnologia a base di biossido di Titanio che, unito a plastica o vetro, consente uno spessore inferiore dei pannelli solari. In molti già lo indicano come il futuro del fotovoltaico. Ecco pregi e difetti di questa nuova tecnologia.
IL PRESENTE DEL FOTOVOLTAICO
Il presente è costituito in gran parte dai tradizionali pannelli mono o policristallini, spessi circa 100 micron. Al loro fianco si sviluppa il segmento del film sottile. Quest’ ultimo permette costi inferiori e una migliore integrazione architettonica per via della sua flessibilità , anche se è ancora da dimostrare la stessa affidabilità dei pannelli tradizionali. Per il momento, a livello commerciale, esiste solo il fotovoltaico inorganico, che arriva ad uno spessore – a seconda del materiale (silicio amorfo, diseleniuro di indio e rame o tellururo di cadmio) di meno di un micron. Il grosso problema è che con lo sviluppo tecnologico diminuisce lo spessore, il costo, ma anche l’ efficienza. In genere si va dal 10-12% del pannello tradizionale all’ 8% del film sottile inorganico fino a circa il 4% dell’ organico.
I VANTAGGI DEL FOTOVOLTAICO ORGANICO
L’ idea nasce in Svizzera, ma è stata sviluppata nei laboratori di ricerca del Lazio. A differenza delle celle di silicio, con il fotovoltaico organico la luce viene convertita in corrente elettrica grazie all’ azione combinata di un colorante di origine organica (gli antociani) e un film sottile di nanoparticelle di biossido di titanio (lo stesso materiale utilizzato come sbiancante nei dentifrici). La cella è composta da una base in vetro o plastica e uno strato di biossido di Titano, sul quale vengono depositati gli altociani e un elettrolita. Sulla carta, i vantaggi principali rispetto all’ inorganico, sono diversi.
Innanzitutto lo scambio di cariche non avviene attraverso un’ unica superficie: con le nanoparticelle la reazione è su tre dimensioni. C’ è poi l’ aspetto dei costi: un impianto che oggi costa 20mila euro potrà crollare a 200 euro. I materiali, infine, sono più leggeri e dovrebbero favorire l’ integrazione architettonica. La tecnologia sfrutta la luce diffusa, in quanto le celle trasparenti possono essere integrate sui vetri delle costruzioni e sfruttarla sia in esterno che in interno.
UN CONSORZIO CON ESCLUSIVA
I laboratori per la produzione del fotovoltaico organico sono il frutto della collaborazione tra l’ Università Roma Tor Vergata e la Regione Lazio, che ha finanziato l’ attività di ricerca due anni e mezzo fa con 6 milioni di euro. Lo spin-off Universitario Dyers farà poi da supporto alla fase di ingegnerizzazione del prodotto. Per l’ industrializzazione effettiva, che avverrà dopo il 2010, si è già creato un consorzio all’ interno del quale confluiscono l’ università Tor Vergata di Roma, quelle di Ferrara e Torino a fianco di alcune aziende che si sono aggiudicate l’ esclusiva della produzione e commercializzazione: Erg Renew, Permasteelisa e l’ affiliata italiana dell’ australiana Dyesol.
PROBLEMI IRRISOLTI
Sembrerebbe tutto perfetto. Ma sulla strada della commercializzazione vanno ancora affrontate alcune questioni. Come, ad esempio, il problema relativo all’ elettrolita utilizzato: quello attuale è corrosivo, quindi richiede elettrodi fatti di materiali molto resistenti. In più andrebbero capiti meglio i meccanismi con cui avvengono alcuni fenomeni nanoscopici.
Nel frattempo la ricerca continua… a un passo dal successo.