Contro la vendita delle terre pubbliche

di roberto bosio 16 views0

Non so quanti di voi lo sanno, ma in questo momento il Senato sta discutendo un decreto legge che vorrebbe decidere la vendita di ampie fette di terre agricole demaniale. L’obiettivo a prima vista sembra sacrosanto: dare la possibilità a giovani agricoltori di iniziare un’attività in proprio grazie all’acquisto di terreni pubblici.

Iniziativa lodevole se non fosse che in realtà dietro questi provvedimenti c’è sempre la stessa idea che ci ha portati nel baratro economico, sociale e ambientale in cui siamo finiti: privatizzare per assogettare tutto alla rendita ed al profitto. Lo hanno già fatto con l’energia, i trasporti e gli acquedotti, raccontandoci la storiella che ci avremmo guadagnato tutti. Falso.

Come è stato scritto in una lettera aperta ai senatori:

darebbe una occasione unica alle immense disponibilità di liquidità gestite dalla criminalità organizzata (Mafia, Ndrangheta, Camorra,..) di avvantaggiarsi di questo atto legislativo, facilitando così il riciclaggio dei proventi illeciti.

Per questo piccoli gruppi di pressione si stanno battendo per riformulare questa proposta di legge per trasformazione la vendita dei terreni in locazione. Nei nuovi contratti bisognerebbe agevolare la piccola agricoltura contadina. Visto che – i dati sono quelli provvisori del censimento in atto -:

negli ultimi 10 anni, nel nostro Paese, c’è stata una perdita della superficie agricola utilizzata pari a 300 mila ettari, accompagnata da una riduzione del numero di aziende di circa un terzo (-32,2%) e da un processo di concentrazione dei terreni in un numero minore di aziende, al quale hanno fatto da contraltare la drastica riduzione delle aziende di piccola agricoltura contadina e un vero e proprio abbandono delle zone rurali.

La scelta della locazione a contadini locali avrebbe diversi vantaggi:

L’avvio di attività di produzione agricola porterebbe immediato beneficio alla casse pubbliche tramite: 1) le risorse provenienti dai contratti di locazione, 2) le vendita di beni e servizi delle attività avviate che determinano versamenti di IVA, 3) il pagamento degli oneri previdenziali per i nuovi lavoratori, e non ultimo la creazione di vera nuova occupazione. L’insieme di questi versamenti porterebbe un vantaggio consistente alla casse dell’erario in maniera strutturale e non in maniera una tantum e lascerebbe intatto il patrimonio dei beni comuni, che essendo messi a reddito, assumerebbero un maggiore valore come strumenti di garanzia patrimoniale per l’eventuale accesso al credito da parte dell’Amministrazione Pubblica, come ulteriore riserva di liquidità da iniettare per investimenti pubblici.

Per continuare a seguire la questione vi rimando al sito dell’Associazione Rurale Italiana e a quello della Rete Semi Rurali.

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