L’accordo di Durban

di roberto bosio Commenta

Alla fine la montagna partorì il topolino. Si potrebbe riassumere così il risultato del vertice di Durban. Molto meglio comunque di un nulla di fatto. Dopo una no-stop di due notti e un giorno di discussioni in cui si è arrivati a più riprese ad un passo dalla rottura, l’assemblea delle Nazioni Unite ha raggiunto un accordo.

In estrema sintesi si fronteggiavano due campi: da una parte un gruppo più nutrito di paesi che comprendeva l’Europa, gli Stati-isola che rischiano di scomparire per l’innalzamento dei mari causato dall’aumento delle temperature, e buona parte dei governi africani e dell’America latina – ovvero i paesi più a rischio eventi naturali a seguito del surriscaldamento climatico –, dall’altra i paesi che bruciano più petrolio e carbone, ovvero gli Stati Uniti, la Cina, l’India e – per qualcuno sarà una sorpresa – il Brasile e le Filippine.

I primi volevano arrivare subito ad un accordo vincolante, ma si sono trovati davanti a un rifiuto del secondo gruppo di paesi. Alla fine ci si è trovati a metà strada: entro il 2015 si dovrebbe arrivare alla definizione di un accordo – per cui verrà creato un gruppo ad hoc – che sarà vincolante per tutti i paesi a partire dal 2020.
Nell’attesa dell’accordo dovrebbe partire la seconda fase degli impegni di Kyoto a cui aderiranno l’Europa e una parte dei paesi industrializzati- ma non i maggiori inquinatori. E per finire verrà creato un Fondo Verde da 100 miliardi di dollari l’anno per aiutare i paesi più poveri a sostenere il salto tecnologico senza aumentare ulteriormente le emissioni ad effetto serra.

Questi i commenti dei partecipanti alla Conferenza. Per il ministro dell’energia inglese Chris Huhne, è stato

Un grande successo per la diplomazia europea

mentre secondo il nostro ministro dell’ambiente Corrado Cini

l’accordo rappresenta una speranza concreta per la stabilità del clima e per la nostra economia: si apre una piattaforma di intese sulle tecnologie pulite con i paesi di nuova industrializzazione.

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