Dalle cellule di rana arriva il naso elettronico infallibile
Un naso elettronico molto più sensibile di quelli utilizzati, ad esempio, nella produzione alimentare per captare eventuali cibi marci. A crearlo, utilizzando a sorpresa cellule di rana geneticamente modificata, è stato Shoji Takeuchi, bioingegnere dell’università di Tokyo (Giappone), riporta la rivista ‘Proceedings of the National Academy of Sciences’. Secondo l’esperto gli ‘e-nose’ attualmente in uso non sono poi così precisi e accurati, perché utilizzano sistemi al quarzo progettati per vibrare a una frequenza diversa quando si legano a determinate sostanze bersaglio. Ma non si tratta di un sistema infallibile, perché sostanze diverse con pesi molecolari simili possono essere scambiate fra loro, producendo falsi positivi. Takeuchi crede invece che non ci sia nulla di meglio della biologia per distinguere fra diverse biomolecole. Ha quindi sviluppato un sensore olfattivo ‘vivente’.
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Quasi 3 italiani su 4 sono contrari al super salmone transgenico nel piatto: questo è quanto emerge secondo l’indagine Coldiretti/Swg, secondo la quale il 72 per cento dei cittadini italiani che esprimono un’opinione ritiene che i prodotti alimentari contenenti organismi geneticamente modificati (Ogm) siano meno salutari rispetto a quelli tradizionali. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alla decisione sull’immissione in commercio di salmoni geneticamente modificati che la Food and Drugs Administration (Fda), ovvero l’organo regolatorio statunitense su farmaci e cibo, dovrà assumere a partire dal 19 settembre.
“L’illegalità va condannata sempre anche quando come in questo caso, viene attuata per porre fine ad altra illegalità ma bisogna anche prendere atto che non c’è stata da parte delle istituzioni la stessa tempestività avuta nel condannare il gesto dei no global anche nel contrastare l’illegalità originaria lasciando libere le piante di crescere con il rischio che la maturazione del mais e la conseguente disseminazione di polline possa provocare una contaminazione“. La Coldiretti commenta così il raid di una settantina di no global che ha devastato un campo di mais geneticamente modificato a Vivaro, in provincia di Pordenone.
Quasi tre italiani su quattro, il 72% ritengono che i prodotti alimentari contenenti organismi geneticamente modificati (Ogm) sono meno salutari rispetto a quelli tradizionali. E’ quanto emerge da una recente indagine della Coldiretti-Swg “Le opinioni di italiani e europei sull’alimentazione“, divulgata in occasione del blitz di un migliaio di coltivatori della Coldiretti a Fanna in provincia di Pordenone in Friuli dove sono state seminate illegalmente piante di mais Ogm. Una vicenda venuta alla luce da lettere anonime recapitate anche all’assessore all’Agricoltura del Friuli Venezia Giulia Claudio Violino e contenenti sementi transgeniche e accompagnate da una mappa che indicava un terreno in provincia di Pordenone, dove i semi sarebbero stati utilizzati e in merito alla quale sono stati chiamati ad indagare i Carabinieri del Noe.
Gli allevamenti di bestiame, oltre 300 mila stalle, sono invasi da mangime Ogm di provenienza estera. Piu’ di quattro milioni di tonnellate di soia (un quarto del fabbisogno nazionale) e due milioni di tonnellate di mais biotech (in pratica, oltre il 25 per cento del totale) entrano nell’alimentazione degli animali allevati in Italia. Una cifra destinata a raddoppiare nel giro di 4-5 anni. E cosi’, inevitabilmente, prodotti (carne, latte e formaggi) con presenza di organismi geneticamente modificati finiscono sulle tavole degli italiani. La denuncia è della Cia – Confederazione italiana agricoltori, il cui presidente Giuseppe Politi insieme a Guido Pollice, presidente dei Vas (Verdi ambiente e societa’) presenta la quinta giornata ”Mangiasano” che si svolgerà sabato 22 maggio con centinaia di iniziative in tutte le Regioni.
”Gli Organismi Geneticamente Modificati? Per l’agricoltura veneta e italiana e per le nostre aziende agricole sarebbero un autogol economico con ripercussioni pesantissime sul futuro”. Ne è piu’ che convinto l’assessore all’agricoltura del Veneto Franco Manzato, che ribadisce la sua posizione su questo argomento: ”Non ne faccio una pregiudiziale ideologica nè tantomeno sono contrario alla ricerca e alla sperimentazione in quanto tali, anzi. Osservo semplicemente che la produzione di ogm priverebbe le nostre aziende agricole della proprieta’ delle sementi e le farebbe produrre le stesse cose che si possono produrre altrove a prezzi piu’ bassi”.
La Commissione europea ha autorizzato la coltivazione di un OGM per la prima volta dal 1998. È la patata Ogm della Basf, conosciuta con il nome di Amflora e contenente un gene che conferisce la resistenza ad alcuni antibiotici. La sua immissione in ambiente potrebbe scatenare una resistenza batterica verso medicinali salva vita, denunciano gli attivisti di Greenpeace.
Si sono ridotti a 6 su 27, i Paesi europei dove si coltivano organismi geneticamente modificati (ogm), con un crollo del 12% delle semine. Una riduzione registrata in Spagna, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia, e mentre la Polonia ha mantenuto la stessa superficie coltivata; solo in Portogallo è aumentata, mentre in Germania vige il divieto posto nell’aprile 2009. E’ quanto emerge da un’analisi della Coldiretti, a seguito della fine della moratoria Ue con il via libera alla prima patata transgenica e l’annuncio della Commissione Europea di presentare entro l’estate una proposta per far decidere liberamente ai singoli Stati membri se coltivare o meno Ogm sul proprio territorio, invertendo l’attuale quadro normativo.
Un marchio etico Ogm-free che garantisca i consumatori e i produttori contrari ai prodotti geneticamente modificati. E’ la proposta lanciata dal ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, a seguito della sentenza del Consiglio di Stato che autorizza le coltivazioni di mais geneticamente modicato. ”Un marchio – dichiara il ministro- che garantirebbe alla stragrande maggioranza dei produttori di continuare a fare agricoltura di qualita’ e certamente piu’ vicina alla conformazione culturale, produttiva e persino commerciale dei nostri territori. E’ pur vero -spiega – che oggi, anche se in misura contenuta, esistono e circolano liberamente semi Ogm. Il problema -aggiunge- è contenere il fenomeno, non svilupparlo: e questo per venire incontro alla struttura economica e identitaria che meglio ci rappresenta nel mondo”.
Il Parmigiano-Reggiano si fa con il latte. E il latte viene dalle mucche. Fin qui nulla di nuovo. Ma il punto è che le mucche del Consorzio del Parmigiano Reggiano mangiano ogni giorno soia Ogm della Monsanto. Gli organismi geneticamente modificati contaminano, in questo modo, la filiera di produzione e, dai laboratori della Monsanto, arrivano spediti sulle nostre tavole. Questa l’ accusa che Greenpeace fa ad una delle maggiori e più amate aziendi italiane dal suo sito. 



















